Hot spot nel fotovoltaico: cause, rischi e controlli

Un hot spot è una zona di un modulo fotovoltaico che si scalda più delle celle vicine. Spesso non si vede e non fa scattare allarmi, ma può ridurre la produzione e, nei casi peggiori, creare un rischio d’incendio.

  • ISO 9712 Livello 2
  • IEC TS 62446-3
  • Drone + termocamera
  • In tutta Italia

Cosa lo causa

  • Cella difettosa o con micro-fratture, anche da trasporto o montaggio.
  • Ombreggiamento o sporco localizzato, come guano, foglie o depositi su una sola cella.
  • Diodo di bypass guasto: una parte del modulo smette di produrre o si scalda.
  • Connessioni e serraggi non corretti, che creano resistenze locali e calore.

Quando è pericoloso

Un riscaldamento anomalo e prolungato può degradare il modulo e i materiali che lo circondano. La Nota VVF 14030 chiede di porre particolare attenzione ai sistemi di giunzione e di serraggio e alla presenza di ombreggiamenti diffusi o localizzati (hot spot) nelle verifiche ai fini del rischio incendio. La gravità dipende dalla temperatura raggiunta e dall’estensione: per questo ogni anomalia va classificata (CoA, Class of Anomaly).

Come si individuano

Con la termografia con drone, a impianto in produzione e con irraggiamento di almeno 600 W/m². L’immagine termica mostra il calore, cioè il difetto; la lettura la fa personale qualificato ISO 9712, perché lo stesso punto caldo può avere cause diverse.

Un esempio reale. Un’immagine termica di un impianto ispezionato: una cella raggiunge 131,7 °C. A occhio nudo anomalie come questa si vedono raramente: servono la termocamera e personale qualificato.

Immagine termica di un modulo fotovoltaico con una cella a 131,7 °C
Immagine termica: la cella più calda arriva a 131,7 °C

Sporco o difetto?

Se il punto caldo dipende da sporco localizzato, il lavaggio lo elimina; se dipende da una cella o da un diodo, serve intervenire sul modulo. Per questo lavaggio e termografia funzionano meglio insieme: a moduli puliti la lettura è più chiara.

Cosa fare dopo

  • Classificare le anomalie per priorità e programmare gli interventi.
  • Documentare controlli e interventi nel registro dei controlli.
  • Ripetere il controllo dopo l’intervento e, in ogni caso, almeno ogni due anni.

Spiegato semplice

  • Cella: l’unità elementare che trasforma la luce in elettricità.
  • Diodo di bypass: componente che permette alla corrente di aggirare una parte di celle in difficoltà.
  • Irraggiamento: potenza del sole su un metro quadrato (W/m²).

Domande frequenti

Un hot spot è sempre pericoloso?

No. Dipende da quanto si scalda la cella e da quanto è esteso. Per questo le anomalie si classificano per priorità (CoA 1-2-3): le più gravi vanno trattate subito, le altre monitorate nel tempo.

Lo sporco può causare un hot spot?

Può, se è localizzato (per esempio guano o foglie su una cella): la cella ombreggiata si scalda. In questi casi la pulizia risolve il problema. Per questo conviene eseguire la termografia a moduli puliti, o lavare e ricontrollare.

Si vede a occhio nudo?

Quasi mai. L’hot spot si vede con la termocamera, a impianto in produzione e con irraggiamento sufficiente.

Il sistema di monitoraggio lo rileva?

Può mostrare un calo di produzione di una stringa, ma non dice dove né perché. La termografia localizza l’anomalia sul modulo.

Con che irraggiamento si esegue la termografia?

La IEC TS 62446-3 richiede un irraggiamento elevato: per le nostre ispezioni, almeno 600 W/m². Con valori inferiori le misure sono solo indicative.

Ogni quanto controllare gli hot spot?

La Nota VVF 14030 richiede verifiche ai fini del rischio incendio documentate ogni due anni al massimo e dopo ogni trasformazione, ampliamento o modifica. Nella pratica la termografia segue questa cadenza.

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